Oasis
Afoso pomeriggio di fine estate padovana. Anno del Signore 2001. La mia esaltante esperienza delle medie da secchione bullizzato è bella che andata, e mi preparo al ginnasio. Al solito, quando non sono a casa, sono dai miei nonni. Mia madre è probabilmente al lavoro, mentre mia sorella vallo a sapere. So per certo cosa stavo facendo io: depredando, al solito, la stanza di quel pover’uomo di mio zio.
Se non ero a spasso con mio nonno, la probabilità di trovarmi nella stanza di mio zio a ficcanasare ovunque non era nemmeno quotata alla SNAI. Ripensandoci, ammetto che ero un vero rombiballe. E con un fiuto da segugio. Purtroppo. Per mio zio, ovvio… Andavo a scovare centinaia di pacchetti vuoti di sigarette accuratamente nascosti dietro la libreria, dopo le sue innumerevoli promesse fatte a mia nonna di smettere. Promesse probabilmente pure ben retribuite. Probabilmente. E poi cartoline di amanti varie sparse per l’Italia. Pregiatissimi oggetti di vetro di valore proporzionale alla delicatezza. Delicatissimi modellini di aerei della seconda guerra mondiale realizzati a mano con la pazienza di un frate certosino. E poi il mio angolo preferito: il mobile con l’impianto hi-fi.
Piatto della Technics, amplificatore della Pioneer, casse esagerate della Namco. I vinili nello scomparto di sotto: Dire Straits, Pink Floyd, Queen… Mi ricordo soprattutto la copertina di Brothers in Arms, con quella stramba chitarra resofonica che mi sembrava venire dal futuro. Fighissimi. Ma erano più o meno le stesse cose che ascoltavo quando ero in macchina con mio padre. Nulla di nuovo, sicché la mia curiosità si fermava all’oggetto vinile in sé. A toccarlo. A sfogliarne la copertina.
Ero più interessato alla colonna con i CD lì a fianco. Un catafalco di metallo nero alto più di me, completamente pieno di compact disc. Vent’anni prima di Spotify. Preistoria musicale, insomma. Ne sono attratto perché questa è musica che conosco meno. Roba nuova. Non ho un ricordo esatto di tutto quello che c’era là in mezzo… 883 di sicuro, ma già li conoscevo: Gli Anni è stato il mio primo CD. Mio mio. Poi credo R.E.M., Red Hot, Litfiba… Vatti a ricordare. L’unico album che ricordo di sicuro, distintamente, aveva una copertina completamente rossa. Due tizi strani stampati in nero. Quello a sinistra non si capisce bene cosa voglia fare con quel microfono due piani di scale sopra di lui. Quello a destra ha una faccia da ebete e sembra sia là per caso dopo 5-6 pinte di Slalom giù al pub. Oasis ai massimi. Familiar to Millions.
L’album da cui tutto ha avuto inizio
Conoscevo già qualcosa dei Blur, gli “acerrimi” rivali. Galeotta la sigla di FIFA 98… Mi piaceva il loro stile colorato da eccentrici fighetti londinesi, le loro musiche allegre. In Italia i già citati 883 (o solo Max, ormai); in radio imperversa il fenomeno Lunapop. Ma questi due tizi sulla copertina rossa sono diversi… CD numero uno dell’album nel lettore: Fuckin’ in the Bushes, la folla dello stadio che urla, i riff di chitarra grezza che risuonano nelle casse. È come se fino ad allora avessi sempre ascoltato cose da ragazzini, ed ora roba seria da adulti.
Familiar to Millions è un album in due CD con il concerto di Wembley dell’estate 2000. Questi due vanno a tutta. Di solito nei CD che mi capitavano in mano trovavo sempre 2-3 canzoni che davvero mi piacevano… Qui è tutto d’un fiato. Go Let It Out, Supersonic, Acquiesce mi gasano. Ma anche le ballate in mezzo, quei pezzi più lenti che di solito mi fanno prendere sonno, mi acchiappano. Who Feels Love, e soprattutto Stand by Me. Ascolto questo tizio (Liam) che fra un pezzo e l’altro parla dal palco, la folla urla ad ogni sua parola. Pare un santone che sta annunciando chissà quali grandi verità. Non ho la più pallida idea di cosa dica, ovviamente. Non ho la più pallida idea di cosa dicano o cantino in generale! Ma non smetto di ascoltare… CD numero 2: si cambia marcia. Capisco che la prima parte era solo un riscaldamento quando ascolto in serie: Wonderwall, Cigarettes & Alcohol, Don’t Look Back in Anger, Live Forever, Champagne Supernova, Rock ’n’ Roll Star, e chicca finale la cover di Helter Skelter. Sipario. Blur chi???
Consumo letteralmente quei due CD. Ogni visita a casa dei miei nonni ha un ascolto o perlomeno una veloce salutatio a quell’album. Anche solo per il gusto di tenerlo in mano e sfogliarne il libretto. Finché il sant’uomo di mio zio non mi omaggia gentilmente di una copia masterizzata, con tanto di copertina scannerizzata. Roba fina. Probabilmente mosso a compassione cristiana, lo zio. O più probabilmente… si era rotto i maroni di avermi tra i piedi. Comunque, grazie zio. Per il CD tarocco (reato in prescrizione, ormai!), ma soprattutto per avermi fatto conoscere questi due tamarri dei fratellini Gallagher. Quel CD Verbatim mi seguirà per anni… Prima il lettore CD della mia cameretta, ed il PC nelle infinite campagne di Age of Empires. Poi in macchina. Poi convertito in mp3 e trasferito nel lettore portatile. Una costante colonna sonora che mi accompagna nei tragicomici anni liceali ed universitari. Quel disco tarocco scritto a penna era davvero… “biblical”.
Le improponibili partite a stecca del Venerdi’ sera: il ritrovo della cumpa
Fast forward 2008. Fast forward… come dicono quelli che la sanno lunga. O che giusto non hanno balle di scrivere “facciamo un salto in avanti”. A Tutta Birra Risto-Pub. Due Carrare, Bassa Padovana. Quartier generale della cumpa. Serata biliardo. Se dovessi fare il conto di tutti i soldi che abbiamo lasciato fra le buche di questo posto… A dire il vero anni fa lo feci davvero il conto, e si aggirava sui 2000 euro, ad andarci piano: quasi da comprarselo, il biliardo. Ad ogni modo… “A Tutta Birra” era il nostro Refugium Peccatorum. La nostra tana, dove ci rifugiavamo dopo una settimana di patimenti all’Uni. Di scazzi lavorativi. Di avventure amorose e due di picche (a vagonate). Di sogni e cazzate varie. Insomma, dove celebravamo ogni settimana la spensieratezza dei nostri anni fra liceo ed università. Come quel venerdì sera di un imprecisato mese del 2008.
La partita a stecca procede… Cocco scatenato col suo letale “tiro a badile”. Gio che gufa ad ogni tentativo di buca. Kresta che spariglia il gioco. Leo sornione. Mattia che ammalia le folle con la magia del suo guantino da professionista. Riki, se c’era in visita dalla Francia, di certo protestava per presunti torti arbitrali… Interista. Io sono giorni che apro e chiudo il mio portafoglio… uno stralcio di giornale spiegazzato dentro. Dall’inserto del sabato della Gazzetta. Leggo ancora La Gazzetta dello Sport… vergogna! Dopo Calciopoli… da juventino… follia. La settimana prima avevo visto un annuncio, prontamente ritagliato e ficcato nel portafoglio. “Magari ne parlo con qualcuno…”. Fiera di Milano. 30 agosto 2009. Oasis live… oltretutto con supporto d’eccezione: Kasabian (!!!) e Kooks (idoli quell’anno… ora che fine avranno fatto?). Se solo qualcuno fosse interessato…
Per qualche motivo fra una carambola ed una sbocciata si finisce a parlare di estate e vacanze. Vacanze… Porco Giuda, c’ho la discussione della triennale a settembre. Sarò ancora in tesi… però… però c’ho questa cosa che potrebbe… ma sì… perché no? Provo ad accennare del festival… Reazioni ben attese. “Non mi piace!” (edulcorando un letterale “bella merda!”). “Devo lavorare”. “Non posso”. E poi un inatteso “figata!”. Kresta, ma tu da quando ascolti gli Oasis??? “Me lo avessi mai chiesto…”. In effetti. Se ne scopre sempre una nuova… Condivido il ritaglio, che ora improvvisamente mi ritrovo a maneggiare con discreto eccitamento… quasi da “ganassa”, come se l’evento lo stessi organizzando io per conto dei signori Gallagher. Ci accordiamo per i biglietti. Logistica: si vedrà ovviamente a cazzo di cane fra un po’ di mesi, a ridosso della data… Clamoroso. Quel pezzetto di carta che non avevo il coraggio di tirar fuori è realtà. Finalmente.
Il volantino dell’infame concerto a Milano
30 Agosto 2009. Otto di mattina. Due Carrare city. Una Fiat Punto 1.4 Sport imbocca il casello di Terme Euganee. Curva d’immissione gagliarda. Molto gagliarda. Gagliardissima. Kresta, sul lato passeggeri, apprezza il profilo alto dei sedili sportivi. Meno la colazione del bar Sabry che risale… Direzione: Fiera di Rho. 250 chilometri davanti a noi. Pieno benzina: fatto. Tabacco, filtri, cartine: abbondanti. Biglietti: ci sono. Acqua, panini, cicless. Cosa può andare storto? Tecnicamente… tutto! Tecnicamente è un viaggio senza senso. Tecnicamente stiamo andando a sentire una band fantasma. Gli Oasis non esistono più.
Rock En Seine Festival era un similare festival a Parigi, 2 giorni prima Milano. Oasis headliner. Sera del concerto. Liam decide che la chitarra del fratello sta meglio spaccata sulla testa del di lui fratellino, che non nella sua custodia. Noel non ci vede più e se ne va. Lascia il camerino. Lascia il festival. Lascia gli Oasis. Lascia me ed il buon Kresta confusi. Lascia tutti noi pronti a partire per Milano spiazzati… La cantante Amy McDonald, con loro al festival, è la prima che dà la notizia. Da lì un turbinio di voci incontrollate… “Ma no, è una messinscena”, “è tutto spettacolo”, “fosse la prima volta che si tirano dietro roba…”, “hanno cancellato a Parigi perché Liam era senza voce, ma raccontata così fa più figo”. Le fonti? Tutti hanno improvvisamente un cugggino che lavora nel settore. Gli organizzatori non sanno come uscirne. Forse non sanno neppure loro come stanno le cose. O forse lo sanno, ma non hanno il coraggio di comunicarlo… Come il mariuolo che ha appena combinato l’incofessabile marachella. Alla fine il genio…. L’impareggiabile arte tutta italiana d’imbarcarti senza che te ne renda conto. In sostanza “Ragazzi! Va tutto bene! Rock and Roll!!! Voi venite comunque… poi vediamo!”. Geni. Vabbè, anche perché il biglietto non era rimborsabile… Figli di Lucrezia Borgia.
Due sprovveduti ottimisti appena arrivati al Milan Urban Festival
Nel 2009 io ero ancora un fierissimo possessore del Nokia 7210. Unico lusso: lo schermo a pixelloni colorati. Kresta è un avanguardista. Smartphone HTC, che iPhone 3G levati proprio... Un vero centro informazioni ANSA mobile. Così io guido e lui passa in rassegna ogni pagina sul concerto in cerca di fughe di notizie. Nada da nada. Tutto tace… Sembra solo che ci saranno aggiustamenti in scaletta… E così passiamo il tempo a parlare di tutt’altro. Dalle peggiori coglionate degne di noi due cazzari come noi, ai progetti di due freschi ventenni che stavano cominciando a pensare che fare da grandi.
Padova. Vicenza. Verona. Desenzano. Brescia. Bergamo. Barriera di Milano. Circonvallazione. Rho. Gillet gialli ovunque ci fanno parcheggiare, e poi la transumanza per entrare nell’area concerto. A parte la canicola di fine agosto sul quell’asfalto infernale, il festival è una figata. Si parte con un gruppetto di misconosciuti australiani che ci danno giù bene. Poi i Kooks che quell’estate frullavano di continuo in radio. E poi compaiono i Jet! Non erano in scaletta…. Che sia un primo tappabuchi?? Non ci si pensa perché loro spaccano davvero. Get Born era uno dei dischi più consumati che avevo a casa… O forse sono solo le birrette che quel delinquente di Kresta continua a portare dal baracchino a sotto il palco. Jet di nome e di fatto, travolgenti fino alla fine. Non mi rendo conto che la loro esibizione è volata via, quando vedo il sior Sergio Pizzorno caracollare sul palco. Kasabian. In quel momento probabilmente fra i miei 5 gruppi preferiti.
Un’oretta per sistemare il palco e prepararsi… e nel mentre sembra di essere alla proiezione della Corazzata Kotiomkin, con “voci incontrollate che si susseguono”. C’è chi assicura di aver visto un van nero scaricare i fratelli Gallagher. Chi dice che solo Liam si esibirà col resto della band. Macché, solo Noel! No, fermi tutti: solo Gem Archer e Andy Bell, e un cantante a sorpresa! Pare Richard Ashcroft… Anzi no! Tutto sbagliato. Gli Oasis non ci sono… ma ci saranno i Rolling Stones! Tutti ovviamente con fonti certissime… Gli organizzatori tacciono. Niente. L’impressione che davvero tutto si stia gestendo in tempo reale. In pratica, improvvisando. A cazzo. Sergio e compagnia sul palco intanto. Il cielo si imbrunisce. Le luci psichedeliche dei Kasabian si accendono. E tutti noi ci dimentichiamo un attimo della situazione. Ma dopo un’ora e mezza in balia di quei pazzi scatenati da Leicester… il momento della verità… The moment of True! Come dicono a Trebaseleghe… E adesso?
Gli operatori liberano il palco. Sembra si muovano al rallentatore quasi a guadagnare tempo. Fra di noi spettatori si continua a speculare… Partono anche cori da stadio. “O-A-S-I-S… O-A-S-I-S… O-A-S-I-S”. Ad anestetizzare la situazione intervengono sempre le birrette di Kresta. Toccasana. Le luci si spengono: ed ora? Chi sbucherà fuori quando si riaccendono? Ci siamo. Un fruscio. Il palco si rianima… Un annuncio. Seguito da un gruppo di arzille sagome che mi sembrano un pochino troppo attempate per essere quelli per cui siamo tutti qua… Deep Purple!
Fischi sonori dal pubblico. Qualche bottiglietta che parte. Buuuuu distinti. Delusione evidente. Non mi unisco perché non se lo meritano… Anche se conoscerò massimo tre canzoni loro, non sono i colpevoli della situazione. Anzi. M’immagino anche la scena del giorno prima… Dorset, Sud Inghilterra. Un fresco capellone 60enne si gode il sole a bordo piscina con un margarita in mano. Telefono che squilla. Una mano svogliata acchiappa il cellulare. Qualche secondo per uscire dal torpore e mettere a fuoco lo schermo. Che diavolo può volere oggi quel rombiballe dell’agente??? Una voce trafelata parte subito dall’altro lato della linea, senza lasciare il tempo di ribattere “Ciao Ian! Come stai? A casa tutti bene, Bron e Grace? Senti una cosa… che fai domani sera? E i ragazzi sai se sono liberi? C’è un aereo che vi aspetta domattina da Heathrow per Milano… Poi ti spiego! Portate quelle chiappe rinsecchite là il prima possibile”. Riattacca. Uno sbuffo, e poi giù quel che rimane del bicchiere: “Sono troppo vecchio per queste cazzate…”. Ian Gillan. Un tempo frontman di una delle band più iconiche degli anni 70. Deep Purple. Aura ai massimi. Adesso declassati a tappabuchi per dei sfigati pischelli irlandesi di Manchester. Mondo cane…
Tutta la mia stima per come se la cavano… Da vecchie volpi mestieranti fanno presto a mettersi tutti quanti nel taschino. Si prendono i fischi e si caricano. Quasi 2 ore di concerto senza mai una pausa. Tutto al massimo. Con un trasporto che alla fine conquista anche il pubblico. Siamo tutti ancora delusi, è vero. Razionalmente nessuno si aspettava davvero di vedere gli Oasis ormai… ma era un poco come maneggiare la scatola con dentro il gatto di Schrödinger. Ci godevamo l’idea che in fondo potesse ancora essere tutto possibile. Ma ormai eravamo là. Tanto vale godersela. E si scopre che i Deep Purple sono molto di più di Smoke on the Water, Ash e Highway Star…. La fine della loro esibizione è un tripudio. Siamo tutti sollevati che la cosa, bene o male, sia finita. Basta teorie fantasiose. Basta speculazioni. Basta pendere dalle paturnie di quei due cialtroni mancuniani. Le due ore dell’esibizione finale sono quasi una catarsi generale. Fuck ‘ya mates!
Mai provare a fischiare delle vecchie volpi sul palco…
I successivi giorni sono un rimbalzo di notizie, e soprattutto accuse da una parte all’altra. Di sicuro gli Oasis non li vedrò più. O almeno per un bel po’… La vita continua. Io parto con la magistrale. Noel fonda gli High Flying Birds. Liam va e torna in varie band, come i Beady Eye. Ma non sono più loro… La magia che avevo sentito scoprendoli è svanita. Gli High Flying Birds sono tanta roba: Noel sembra voler far veder chi era davvero il cervello. Come ce ne fosse stato bisogno… Ma anche un bel cervello ha bisogno dei muscoli… e dell’arrogante voce e faccia da sberle di Liam per mettere a terra tutto il potenziale. Mentre Liam senza Noel torna ad essere un cazzaro qualsiasi, bello da sentire un paio di volte ma poi senza sostanza.
Noel lo vidi a Bologna nel 2012, coi suoi High Flying Birds. Bello tranquillo, rilassato. L’impressione di un uomo finalmente risolto ed in pace. Che faceva quel che gli piaceva. E forse la separazione era semplicemente un darsi degli spazi? Potersi dedicare a se stessi? A ciò che ci piace fare in quanto Noel e Liam, non necessariamente in quanto Oasis. Alle proprie famiglie. Ai propri affetti. Ci sta… Il che non significa, beninteso, diventare improvvisamente irreprensibili chierichetti. Ma in quel Pala Dozza stavo ascoltando Noel Gallagher… E per quanto suonasse anche alcuni pezzi del repertorio Oasis come Wonderwall, era Noel. Col suo stile. Era qualcos’altro. Idem per suo fratello. Ricordo il clamore quando uscì il progetto Beady Eye. Figata. Suona bene. Il re è tornato. Ma… è nudo sotto. Tutto sa di già sentito, e dopo qualche ascolto mi rendo conto che dietro c’è poco. Non sto ascoltando gli Oasis. Ascolto solo Liam… Che senza suo fratello dietro a raddrizzarlo è solo uno che gioca a fare il personaggio. O forse… è solo un mattacchione che finalmente si sente libero e si diverte. Anche a fare un po' il troll di se stesso. Lui è Liam Gallagher: cosa deve più dimostrare? Godiamocela e divertiamoci. Lontano dalle pressioni. Lontano dalle aspettative. Forse mi sbagliavo. Sei davvero un re Liam. E ben vestito sotto il parka.
NGHFB al Pala Dozza, 2012
Doppio fast forward carpiato con avvitamento in avanti. 2024. Berkeley, California. Ne sono successe un po’ di ogni nel frattempo. Una di queste è che ho avuto la geniale pensata di fare fagotto e trasferirmi dall’altra parte del mondo, in California. Pausa pranzo. Mattinata lavorativa passata ad invocare i santi del paradiso al gran completo. Stacchiamo un poco e sbaffiamoci questa meravigliosa pasta al tonno, valà. Scotta al punto giusto. Carlo Cracco mi scorticherebbe senza riguardi… ed a ragione peraltro. Una forchettata ed una scrollata su Instagram. Una forchettata ed una scrollata. Una forchettata… e per poco non mi strozzo - “Oasis are back: 2025 is the year”.
“Non ho afferrEto” direbbe sua santità Lino Banfi. Il tonno era scaduto ed ho le allucinazioni? Avrò letto male… Macché! Ci sono post ovunque. Guardo Repubblica. Rolling Stones. BBC, CNN e Fox News. È confermato. È vero. Non posso dire di essere del tutto sorpreso perché i rumor si rincorrevano ormai da mesi, alimentati dagli stessi diretti interessati… Ormai maturi cinquantenni con figli, disintossicati, un po' più saggi. Era decisamente ora. Ma una cosa sono i rumors… un’altra l’annuncio nero su bianco! E fa davvero effetto…
A questo punto m’interessa solo sapere come trovare dei biglietti! Le date sono inizialmente solo in UK. Vabbè. Però leggo che è un tour mondiale… Non verranno pure qua in terra americana? Per ora niente… Intanto m’informo, studio il meccanismo di acquisto biglietti. La prevendita UK è folle e mi trovo in coda alla posizione 500mila-e-forse-anche-oltre-ma-proprio-di-tanto. Zio cantante. Ma non è finita, le date in Nord America sono finalmente annunciate! Leggo la lista scorrendo i nomi delle città come un giocatore di poker sfoglia le sue carte. New York… ok. Toronto… ok. Chicago… ok. Los Angeles. California. Champagne!!!
Mi marco a fuoco data e ora di apertura prevendite sul calendario. Mi organizzo per non avere alcun meeting o impegno programmato nelle vicinanze. Faccio tesoro dell’esperienza con la prevendita UK. Preparo 4 account per massimizzare le possibilità di accedere alla coda il prima possibile. Arriva il giorno. Postazione pronta! Mi sembra di essere alla sala controlli di Cape Canaveral… 3-2-1. Inferno. Il trucco funziona. Uno degli account è ammesso con un numero decente alla coda… Aspetto un 20-30 minuti e poi sono dentro! C’è ancora una certa disponibilità… Ma capisco subito che bisogna essere rapidi. I posti appaiono e scompaiono di continuo, con mille-mila concorrenti online. Pare il giochino dello sbuca-talpa. Alla fine dopo svariate “invocazioni” mi assicuro 2 biglietti. Posso respirare. Datemi un whiskaccio… Ah sono ancora in ufficio? Allora una Diet Coke. Da vero bad boy.
Il “Redeem Tour” passa anche per la California
Settembre 2025. Californian Highway 5. Una rossa fiammante Jeep Compass si è appena lasciata alle spalle il tentacolare traffico del tardo pomeriggio nella Bay Area. Si scende per Los Angeles. Il concerto sarà sabato sera, ma preferisco scendere un paio di giorni prima. Oltretutto è un pezzo che non vado a LA. Mi piace scendere a sud e passarci un po’ di tempo… Considero sempre LA una pausa rinfrescante. Parere personale e sicuramente ampiamente criticabile tra gran parte di chi vive a SF…. Esticazzi. Quando l’anno prima comprai i biglietti, il mio sogno era chiudere il cerchio con il compagno di avventura di 16 anni prima, Kresta. Purtroppo la cosa non si è concretizzata… Ci sta, la California non è propriamente dietro l’angolo. Così sono in viaggio con il Dom, altra italica eccellenza persa nella Baia.
Nonostante l’ampio anticipo con cui i biglietti sono stati acquistati, il viaggio è stato ovviamente organizzato la settimana prima. Con comodo. Senza fretta. Siamo pure convinti di aver concluso affari sopraffini. Su tutti l’alloggio. Tal “Banana Hostel” ad Hollywood. 45 dollari a notte. Con parcheggio e colazione inclusi. Praticamente nulla per la media californiana. Sola o affare? Ci aggrappiamo alla seconda…
La 5 è un’autostrada disegnata per i camion. Lunga. Dritta. Davvero dritta… Troppo dritta… In mezzo al nulla assoluto. Tirata con un righello sulla mappa per minimizzare la distanza del collegamento su strada fra SF e LA. La continua fila di camion sulla destra la rende di fatto ad una sola corsia…. Ecco. In pratica la principale arteria stradale fra nord e sud California è un’infinita A13 Padova-Bologna. Sublime… Se tutto va bene siamo a Hollywood a mezzanotte. Sorpassi azzardati qua e là. Una pausa in uno dei sempre “minuscoli” autogrill americani, con aria condizionata perennemente impostata a livello Oslo a Dicembre.
Scendendo la temperatura si fa calda. La bassa Cali fa sentire tutto il suo tepore secco. Bello, finalmente estate. Chiunque viva a SF sa che se vuole una vera estate deve scappare dalla Baia e dalle sue nebbie perenni… Con Dom si parla. Acciacchi, cazzi vari, visti, lavoro, paturnie sentimentali, crisi esistenziali. Tutto a 70 miglia orarie. Nel buio pesto dell’entroterra californiano. Poi luci. Una vallata di luci. Sbuchiamo dalle montagne sopra Glendale, davanti a noi le valli su cui si sviluppa il tessuto della LA Area. Imbocchiamo le highway cittadine. 6 corsie sopraelevate per lato che tagliano la città, illuminate a giorno. Ammetto che a me gasano un bel po’. La prima volta che venni a LA parecchi anni fa ricordo che allungavo appositamente ogni spostamento notturno per guidare il più possibile per le highway cittadine. Mi sembrava un film… Al tempo avevo appena visto Drive e mi sentivo come Ryan Gosling. Solo che lui aveva una Chevy Chevelle ed io una Nissan Altima a noleggio. E lui era Ryan Gosling… Mi verrebbe voglia di querelarmi da solo per il paragone. Una delle cose più americane da fare a mio avviso comunque… E vedo che anche stavolta dà un bel gusto. Le biforcazioni scorrono… Pasadena-Malibu-Santa Monica-Hollywood. Vai!
Io ogni volta che mi trovo a guidare di notte per LA… (gli avvocati del sior Gosling mi hanno già diffidato dal fare ulteriori paragoni)
Il mitologico Banana Hostel è subito fuori lo svincolo. Ricordavo che Hollywood era zona “particolare”. E infatti… Di fronte al palazzo, dall’altra parte della strada, un parcheggio zeppo di homeless. Svariati personaggi “caratteristici” lungo le strade. Dom comincia a vacillare… Parcheggiamo e controlliamo la camerata. 6 letti e solo due persone dentro… Ma un caldo illegale. Torrido. Invivibile. Unico locale in America senza aria condizionata. Dom già comincia a consultare Booking per trovare una sistemazione alternativa… Vabbè facciamoci due passi. Anche perché ancora non abbiamo cenato…
Korean fast food e torniamo, dopo aver cercato di restare all’aperto ed al fresco il più possibile. Meno male scopriamo che in camera c’è un ventilatore. A tutta!!! Alla fine non si sta così male… Quasi. Flashback a quattro ore prima: “Oh Dom! Ma te russi?”. “Niente di che, tranquillo!”. Infatti… Luce spenta e sento mettersi in moto un KTM con gli scarichi aperti. Provvidenziali i miei tappi di gomma, frutto dell’esperienza in anni di ostelli…. La mattina dopo percepisco l’odio sincero dei due poveri coinquilini. Immagino senza tappi, loro… Scena che si ripete nelle notti successive peraltro.
I giorni a LA sono sciallo puro, cazzeggiando fra Santa Monica e Beverly Hills. Innamorandosi almeno 200 volte al giorno delle fighette patinate losangeline. La sera prima del concerto abbiamo un nuovo coinquilino: novello Alberto Sordi, emigrante italiano in Australia. È in visita due giorni, in viaggio per la Colombia dove lo attende un impegno lavorativo. Non ha tempo da perdere e ci imbarca nella movida di Hollywood. Quella che doveva essere serata tranquilla-che-domani-c’è-il-concerto, diventa serata al club fino alle 4 di mattina, con annesso panino del sudicio prima di andare a letto. Che qua sarebbe da chiamare l’hot-dog del messicano, a ben vedere…
Finalmente IL giorno. Clamorosamente non ci svegliamo male, né troppo devastati. Al solito, chi è devastato è chi era in camera con noi… La ragione è sempre l’esuberante KTM. Ci rendiamo conto che vari altri all’ostello sono lì per il concerto. Lo stesso ostello mette gli Oasis a ciclo continuo di sottofondo… Alla fine il Banana è stato un affare, si era solo presentato male. Non dello stesso avviso una sciura milanese là con la famiglia, che una mattina a colazione se ne esce con un disperato “che posto di merda!”. Lei mi sa che non ha approvato il Banana… Lo shock dell’impatto con i motel/ostelli americani, povera stella.
Abbiamo una mattina da perder via prima di muoverci verso lo stadio dopo pranzo. Il concerto è a Pasadena, 20 minuti da Hollywood. Rose Bowl Stadium. Oggi casa degli UCLA Bruins: 90mila posti… per una squadra universitaria. Ammmerica. Ammmericani so forti. Rose Bowl… I miei primi ricordi di calcio. USA ‘94. Le partite guardate con mio papà in divano in quelle calde serate di giugno. I gol celebrati col campanaccio del nonno. Non capivo ancora bene cosa stavo guardando, ma percepivo l’eccezionalità dell’evento. Quello che quel capellone da Caldogno con il 10 stava combinando, trascinando un’armata Brancaleone verso proprio quel Rose Bowl Stadium. Alla finale contro il Brasile di Romario e Bebeto. E poi l’epilogo più triste. Le lacrime di Baresi. Robi immobile e distrutto sotto la Curva Nord. Proprio dove stasera ci sarà il palco. Che giri….
Finalmente al “ciotolone” delle rose, Pasadena
Rose Bowl: di fronte alla “maledetta” curva Nord
La mattina mentre visitiamo il County Museum elaboriamo il piano d’azione. Partenza intelligente per evitare il traffico del pomeriggio. Parcheggio prenotato. A noi non la si fa. Tutto sembra andare liscio come l’olio… peccato che lo stesso geniale piano l’abbiano avuto anche migliaia di altri spettatori e Downtown Pasadena si rivela invasa da un esercito di fan. Sembrano quasi hooligans… L’estetica degli Oasis è molto vicina al mondo del calcio. Una caterva di maglie del City… Io stesso mi presento con una maglia del Manchester City! Vengo pure fermato da un tizio che mi vuol fare delle foto… “È per la pagina IG del Manchester City Nord-America!” dice lui… Mai vista o trovata. Ad ogni modo… noi cerchiamo disperatamente un posto dove sbocconcellare qualcosa e magari spararci un birrino ghiacciato, contro la canicola che monta. La si fa facile…
Alla fine il posto che “sembra” meno peggio come folla è una specie di pub in stile British dietro una traversa nascosta. Il caldo è sempre più micidiale. Riusciamo ad imbucarci ad un tavolo all’ombra. Capisco che il calcio non è solo estetica. È come se tutti noi fossimo lì per tifare la stessa squadra… Al tavolo abbiamo due messicani di Tijuana e due americani di Santa Cruz, quasi nostri vicini nord-californiani. Ci si scambiano ricordi, aspettative… Bel clima. Poi è solo un'infinita attesa: per le navette, per le code d’ingresso, per i controlli… Alla fine alle 6:30 del pomeriggio siamo seduti sui gradoni. Giusto in tempo per il primo gruppo di apertura, i Cast da Liverpool. C’è un certo eccitamento per il successivo, i Cage The Elephant. A ben ragione. Intanto lo stadio si riempie sempre di più. Il Rose Bowl è un immenso ciotolone, con tribune ampissime e non troppo pendenti, per cui non trasmette immediatamente tutta la sua imponenza da vuoto. Ma man mano che si riempie, la cosa cambia… Si trasforma in un immenso formicaio brulicante. Per ora tutto tranquillo, nessuno troppo su di giri attorno. Finché non arriva lui. Il fuoriclasse…
Un corpulento irlandese, in gita con la moglie, si siede a fianco di me. In canottiera, sudatissimo e con l’alito di chi ha fatto un aperitivo molto importante. Con svariate lattine di rinforzo a seguito, che si sa mai… Mi chiede di dove sono. Italia, Venezia. “Italiaaaa! We love Veneziaaa! Beautiful Veneziaaaa! Pasta, pizza… Schillaci!!!!”. Ora, tralasciando pasta e pizza, e ringraziando non abbia scomodato la mamma col mandolino… ma Schillaci??? Buonanima… il gran visir de tuti i terun… Da lì in poi per la successiva ora è un continuo sentirsi battere sulla spalla destra e poi “Veneziaaaa! We love Veneziaaaaaa! Schillacciiii!!!”. Io ricordavo il mitico Venezia di Recoba e Pippo Maniero. Ma evidentemente mi sono perso le leggendarie stagioni di Totò Schillaci… Notti magiche al Penzo. Mal comune, mezzo gaudio: se a me tocca il rubicondo irlandese, a fianco sua moglie sta offrendo il medesimo trattamento al di lei vicino. E poi i due si allargano a chiunque stia attorno a loro. Gli spiriti della festa, che rilanciano di continuo così. L’amico ci tiene anche a farmi sapere almeno 60 volte che lui tifa United e che il cappellino celeste che ha in testa è l’unica cosa con quei colori di me**a (cit. sua) del City che abbia mai indossato. Cerco di fargli capire “the vastness of how much I don’t give a f**k”, quando le luci si spengono. Parte un countdown. 10-9-…-3-2-1. Fucking in the Bushes. I fratellini entrano sul palco. Le mani unite ed alte a pugno. Noel imbraccia la sua Epiphone. Liam al suo microfono, con tamburello e… parka. Con 35 gradi. Sì, sono davvero tornati.
The sheriff…s are back in town
Non credo di poter trovare un equivalente agli Oasis in Italia… non nella mia generazione almeno. Intendo una band che davvero smuova folle così trasversali, sia per età che per estrazione sociale. Anche se non sono tecnicamente band… mi vengono in mente solo il Blasco o il Liga. Quegli artisti ai cui concerti puoi trovare padre e figlio cantare a squarciagola. Forse anche il nonno… Un rito laico collettivo. E dopo 16 lunghi anni ogni tappa di questo tour suona un po’ come un rito di redenzione. Una sorta di Redeem Tour. Un rituale agli dei pagani di Albione. LA, la California ed in generale gli Stati Uniti non sono proprio il giardino di casa Gallagher… affinità linguistiche certo, ma differenze culturali incolmabili. Eppure le vibrazioni sono forti. Non posso neppure immaginare quali possano essere state le sensazioni nelle tappe inglesi… A Cardiff, Manchester… Wembley. Nei principali luoghi di culto.
Il californiano medio è in principio l’antitesi della sfrontata attitudine dei Gallagher. Se il primo è solare e super amichevole (almeno di facciata…), semplice ed estremamente politically-correct, i fratellini sono ombrosi, perennemente incazzati, complicati ed estremamente diretti… “go fu** yourself!”. Ed infatti gran parte del pubblico è straniera. Molti americani presenti sembrano più lì per caso… vittime dell’americanissima pressione da evento sociale che non possono mancare… Ragazze che sembra stiano andando ad un concerto di Taylor Swift, sbarbati a testa bassa su TikTok, VIP assortiti asserragliati nei loro skybox a fare storie per IG. Mi chiedo come sarà il clima… Immagino non quello di una tappa inglese, ma perlomeno spero caldo il giusto. A proposito di VIP… la combinazione LA ed Oasis mi porta subito a sognare di beccare Del Piero in giro, residente in città e grande amico dei nostri due eroi (spoiler: non c’era!).
Nei giorni precedenti all’evento vengo anche a conoscenza di una storia che non conoscevo e che lega gli Oasis alla città dove attualmente vivo, San Francisco. Un legame profondo e inaspettato fra la band e la California. Primi anni ‘90, gli Oasis sono una band emergente. Definitely Maybe è appena uscito, ed i nostri sono impegnati in estenuanti tour in ogni dove per promuovere l’album… Come nel settembre del 1994, Bottom of the Hill, storico locale live in zona Mission, San Francisco. Ancora per poco almeno, vista la prossima imminente chiusura a fine anno… Ad ogni modo, prima volta della band in città. Fra una sessione e l’altra, Noel incassa i frutti dell’essere una rockstar, e conosce Melissa. Il tour deve però continuare… prossima tappa a LA, al mitico Whisky a Go Go. Il concerto pero è un fiasco. Abuso di metanfetamine, disorganizzazione e (forse) un pubblico abituato ad un’estetica più glam alla Mötley Crüe, piuttosto che a questi grezzi tamarri del Lancashire. Fatto sta che tutto finisce con la consueta rissa ed un tamburello di Liam che vola dritto in testa a Noel. È abbastanza così per Noel. Se ne va. Gli Oasis possono andare a farsi fottere. Ma non se ne torna dritto in Inghilterra… ha un biglietto per SF. Torna da Melissa. La santa donna capisce con che pazzo scatenato ha a che fare… ma soprattutto capisce quanto poco manchi al buon Noel per sfondare davvero (il primo album sta per ingranare, e la consacrazione di Morning Glory è ormai prossima… ottobre 1995). Non può finire così. Non lo accetta. Lo calma, lo cura, lo rigenera nella quiete del suo appartamento di Nob Hill. Insomma, l’infallibile potere taumaturgico delle mitologiche “quattro lettere”… Trent’anni dopo Melissa era ovviamente fra la folla del Rose Bowl.
A spasso per San Francisco, Settembre 1994
Il concerto è monumentale. Delle macchine da guerra. Noel impeccabile cerimoniere dell’evento: sacerdote che seduce e guida i suoi fedeli con pennellate alla chitarra, e tutto il suo smisurato cinico talento. Liam tirato a lucido e con una voce ringiovanita che sembrava persa: unico al mondo ad apparire un figo della Madonna vestito da pescatore, con la perenne posa da pensionato a mani dietro la schiena. Gli storici compagni di viaggio tornati ad accompagnarli: Paul “Bonehead” Arthurs, Gem Archer ed Andy Bell. Ed una percepibile serenità. Per una volta non sento il loro tipico “rock e rancore”… Noel e Liam avevano salutato la compagnia da complessi giovani uomini in difficoltà. Si ripresentano più maturi, riconciliati con se stessi e fra di loro. Il suono sporco e graffiante è intatto, ma emana un’aura diversa… 23 brani macinati senza sosta.
O meglio… le soste ci sono ma sono incomprensibili. Se i vocabolari fossero realizzati a figure, alla voce “strafottenza” ci sarebbe il faccione di Liam. Carisma a pacchi. Frontman assoluto. Fra un pezzo e l’altro sente il bisogno irrefrenabile di fare delle digressioni… alla Celentano. Ermetiche perle filosofiche di cinico esistenzialismo. Gratuite prese per il culo al pubblico “da Erewhon“ della South Cali. Ce n’è per tutti… Il problema è che non si capisce un cazzo! Liam non parla inglese… parla mancuniano! Slang stretto. Se non capisci è un “fu**ing your problem, mate”… E intanto sfotte i fattoni Californiani con i loro cervelli in pappa ad ascoltare Grateful Dead. Parole sue. Diplomatico e conciliante come sempre…
Gli Oasis sono stati fra i più clamorosi generatori di successi musicali di sempre. I 23 brani in scaletta sono tutte hit mondiali che probabilmente chiunque ha sentito anche solo distrattamente almeno una volta nella vita. Un climax crescente ed inarrestabile. Ballate e veri inni generazionali si susseguono. Da Acquiesce e Morning Glory, a Cigarettes & Alcohol e Fade Away. Supersonic, Roll With It… Il pubblico è sempre più coinvolto. Meno male che dovevamo essere una manica di fighetti da Grateful Dead… Little by Little, Stand by Me, Live Forever e Rock ‘n’ Roll Star stiamo praticamente tutti urlando. Il mio invasato amico irlandese passa da una lattina di White Claw all’altra, salta, suda, canta, mi abbraccia… mi sprona a bere di più! I Brit bevono come dannati. Birre su birre. Se non anche qualcosa di più forte… I fan storici ed autentici degli Oasis si vantano di essere un pubblico che, quando va ai concerti, non perde tempo in cazzate… Niente video ebeti o selfie. Il concerto è una cosa seria, si beve birra, si canta e si balla. Si gode del momento. Magari anche troppo... Nelle cinque date a Wembley (tutte sold out con 80mila persone a serata), leggo che sono state bevute 250mila pinte per ogni concerto. Ma sono degli “hooligans” bonaccioni questi… nessuna violenza, solo tanta voglia di divertirsi in compagnia. Lo stadio diventa un immenso pub, dove ognuno è benvenuto…
E si arriva al gran finale, al Sancta Sanctorum della celebrazione, al magico trittico Don’t Look Back in Anger, Wonderwall e Champagne Supernova. Fuochi d’artificio. Folla impazzita. Noel e Liam a pugni alzati: campioni del mondo. Il debito è saldato. Lo strappo con i fan ricucito. “Tanto vi dovevamo…”. Si spengono le luci. Cala il sipario. La musica è finita, gli amici se ne vanno… Ma in questo caso… che utile serata, amore mio! (Scusa Califfo…) Rimango seduto un po' dopo il concerto… Con Dom aspettiamo che si sfolli prima. Ho anche bisogno di qualche minuto per elaborare… Odio melensi sentimentalismi fini a se stessi, ma questa band ha davvero sempre fatto parte della mia vita… ogni canzone, passaggio, accordo mi rimanda ad un ricordo, bello o brutto, ad una sensazione passata… Non so come descrivere la cosa, ma è stato come rivivere 20 anni di ricordi in 2 ore… Non mi aspettavo questo. E non ero del tutto pronto. Il Rose Bowl intanto si svuota: frotte di fan s’incamminano verso navette e parcheggi. Chi canta, chi ride, chi si lamenta del traffico… “Oasis… Oasis… Oasis…”.
Gran finale, Champagne Supernova
Il tour continua nei giorni successivi. Prima la seconda data a LA, poi dritti a Città del Messico e in tour in Asia. Poi Australia, Sudamerica ed ancora date a Wembley. Ogni tappa un trionfo, un sold out. In molti sognano una nuova era dell’oro… Poi in un pomeriggio di fine Novembre l’annuncio: «Ci prendiamo una pausa per un periodo di riflessione», che suona di definitiva parola fine sulla storia del gruppo. Non mi arriva inaspettato…
Gli Oasis sono stati uno dei più grandi fenomeni musicali nella storia. Piacciano o no. Ma sono stati anche altro… Due incazzosi piantagrane nati da una famiglia d’immigrati irlandesi della working-class, in una città tutt’altro che “cool” come Manchester. Non certo Londra… Jeans da mercato e camicie di flanella, hanno elevato il loro vivere a qualcosa di figo. La vita da pub, il rivendicare con orgoglio la provenienza dal basso, il rancore verso tutto quello che era “posh”, l’essere a prescindere irriverenti e cafoni… Persino il loro club del cuore, il City, era (almeno al tempo…) la squadra povera e brutta della città, opposta a quelli belli e fighi, con quelle eleganti divise rosse scintillanti e per capitano lo “Spice Boy”.
Loro due, il modello a cui tanti ragazzini di provincia guardavano nelle loro piccole battaglie quotidiane… quando picchiati dal bullo di turno, quando umiliati dal figlio del notaio, quando discriminati solo per il loro venire dalla provincia, quando frenati dalle loro insicurezze. I forti fratelli maggiori di cui avevano bisogno… Anche per “qualcuno” che cresceva nella Bassa Padovana. Quelli erano gli Oasis… E se ora devo pensarli mansueti animali da salotti televisivi, eleganti 50enni che conversano amabilmente con Graham Norton o Oprah Winfrey, beh… allora val bene fermarsi. Quello che hanno creato è per sempre, da conservare e tramandare.
In realtà, l’idea di separarsi e chiuderla lì era già prevista nel 2010… Pausa di riflessione dicevano, poi finita come sappiamo. A dirla tutta anche il tour mondiale 2025 aveva delle clausole speciali, su tutte un pagamento ai Gallagher “a concerto”. Insomma, più date fate, più soldi intascate. Pure gli organizzatori non garantivano sulla durata del loro ritrovato equilibrio…
È davvero la fine? Ci sta. Se questo deve essere, è stato un finale all’altezza.
Ci siamo finalmente salutati come era giusto, andiamo avanti. Noel è ormai un raffinato artista, un produttore acclamato ed un’icona musicale che trascende la sua band. Con un’ironia molto British. Liam è un mattacchione che gioca ancora a fare il gradasso, il “ganassa” che troveresti al bar in piazza… ma a cui non puoi non voler bene. Noel e Liam continueranno a creare ed a far musica senza dubbio, come hanno fatto negli anni della loro separazione… sono convinto anche insieme se capiterà l’occasione giusta. Ognuno con il suo stile e la sua visione. Ognuno con i suoi spazi.
E poi in fin dei conti anche “quel” vessato ragazzino della Bassa Padovana è ormai ben cresciuto e libero da molti dei suoi vecchi fantasmi… Non ha più bisogno dei suoi due fratelloni a farlo sentire forte. Godiamoci allora i ricordi passati. Gioiamo di quanto abbiamo avuto. Guardiamo avanti sereni. E… “don’t look back in anger”. Non più.